Lasciarla, dicevo, peggiorò soltanto le cose.

Lei reagì con le botte e le incursioni improvvise nella casa dello studente dove alloggiavo. Non c’era un citofono, le responsabili facevano accedere gli ospiti alle stanze semplicemente presentando un documento. Capitava molto spesso, quindi, che me la ritrovassi nel corridoio a fare il piantone.

Io, ancora negli strascichi di una penosa sudditanza, cercavo addirittura di mantenere i buoni rapporti. Perché? Chi conosce gli amori tossici sa bene che la “vittima” vive nel senso di colpa e nella dipendenza. Insomma, l’avevo lasciata e mi sentivo in colpa.
Nonostante una timida risolutezza ritrovata, riusciva a fare breccia nelle mura difensive che tentavo di innalzare per difendermi giocando sui punti deboli: lo sguardo, la voce, la tenerezza e le promesse. Con questa strategia riusciva sempre a convincermi a parlare e stare un po’ insieme.

Un pomeriggio, a casa mia, prendevamo un caffè e una sfumatura del suo sguardo mi terrorizzò. Non so come definire quella situazione: notai che i suoi occhi erano diabolici, come iniettati di veleno. Di fronte a quello sguardo pieno di Male le chiesi di andarsene. Lei tentò un approccio, io la rifiutai e se ne andò infuriata.

Arrivarono i messaggi, le chiamate anonime e mute. Chiamava i miei amici – aveva una straordinaria abilità nel reperire numeri, non chiedetemi come – e si accanì soprattutto con una mia amica alla quale avevo raccontato tutto: quando la incontrava la fissava con fare minaccioso.

Dopo le mie mancate risposte al telefono, passò ai pedinamenti. Una volta, insieme ad alcuni coinquilini, andai ad un concerto e la vidi. Tentai di nascondermi, ma inevitabilmente mi vide. Sulla via del ritorno mi accorsi che lei spuntava da ogni angolo, allora accelerai il passo. Mi barricai nella mia stanza e la vidi fuori, sulla strada che con lo sguardo controllava se ci fossi.

Passò del tempo e lei continuava con SMS e chiamate anonime. Ormai avevo il terrore di uscire di casa, di andare a fare la spesa o di andare in facoltà.

Passò ancora del tempo e qui dobbiamo fare un salto di 4 anni. Persi una persona molto cara e il dolore mi travolse. Nel frattempo avevo cambiato numero, avevo interrotto gli studi ed ero tornato dai miei. Andai al funerale di quella persona, e la vidi. Si guardava intorno, cercai di nascondermi.
La sera mi arrivò un suo squillo, poi un SMS. Conoscevo a memoria il suo numero. “Ciao”, mi scrisse. Mia sorella si accorse che qualcosa non andava, mi prese il cellulare e capì subito. La chiamò senza esitazione e le disse di lasciarmi in pace.

Durante la notte mi scrisse una raffica di SMS. Faceva leva sulla morte di quella persona – che anche lei conosceva, anche se solamente di vista – sostenendo che prima che morisse le avesse espresso il desiderio di vederci riappacificati. Mi accusò, pensate, di non essere stato vicino a quella persona. Io non riuscivo a difendermi, le chiedevo soltanto di lasciarmi stare.

La raffica di SMS continuò. Le provava tutte: alle richieste di perdono per tutto ciò che mi aveva fatto passare alternava accuse, minacce, insulti e di nuovo tentativi di riconciliazione. Mi chiamò per tutta la notte, ma ovviamente non risposi. Mi diede tregua solo per qualche ora, poi ricominciò.
Andò avanti così per giorni. Sapeva dove abitavo – i nostri paesini erano vicinissimi – e una volta la incontrai dal tabaccaio in cui andavo sempre per comprare le sigarette. La incontrai all’ipermercato, un’altra volta mi accorsi che la sua macchina viaggiava dietro la mia lungo la strada provinciale.
Come nel primo atto di questa storia, un evento mi fece capire che dovevo fare un passo successivo.

Mi trovavo su un treno. Di fronte a me era seduto un ragazzo. Questo ragazzo ogni tanto mi guardava e sorrideva. Nella mia testa, il tizio era un suo amico che le avrebbe riferito che mi trovavo su quel treno. Lei – sempre secondo i miei film – mi avrebbe atteso alla stazione per aggredirmi.
Scesi alla stazione successiva. La sera, mentre mi trovavo a casa, mi accorsi che stavo impazzendo. Mentre mi maceravo tra il dolore per il lutto e il terrore delle sue azioni, mi arrivò un suo ennesimo SMS. Le risposi: “Da questo momento devi lasciarmi in pace”. Lei insistette.
L’indomani andai dai carabinieri.

C’è un contesto da raccontare: ai miei amici e alle amiche parlavo di ciò che stavo vivendo. Moltǝ di loro ridevano e dicevano: “Ma davvero una donna ti fa paura?/Ma lasciala perdere/Secondo me ti brucia e vuoi tornarci insieme, altrimenti non staresti così/Ah, fosse stato per me un calcio in cu*o e vedi come la finiva”.
Confesso che a moltǝ di loro chiesi di intercedere, di parlarle e farle capire che doveva finirla. Niente da fare.

Dicevo, andai dai carabinieri. La legge sullo stalking ancora non esisteva, dunque decisi di denunciarla per atti persecutori. Mostrai i suoi SMS, la cronologia delle sue chiamate. Il maresciallo mi fece parlare per 4 ore in cui raccontai tutti gli anni di molestie e violenza psicologica.
Feci i nomi dei testimoni, e molti di loro confermarono tutto. Altri no, vollero – comprensibilmente – tenersi fuori. Il maresciallo mi rassicurò e si dimostrò molto umano. Mi disse: “Mi dispiace, mi creda. Segua il mio consiglio, oltre a questa denuncia prenda un percorso terapeutico”.

Inevitabilmente, qualcuno le riferì che era stata denunciata.

Mi riferirono che ebbe un attacco di panico, che si gettò a terra piangendo e urlando di terrore. Per la prima volta dopo tanti anni, sorrisi. Non si fece più viva, anche se capitò di incontrarci e ogni tanto provava a sfidarmi con lo sguardo. Si limitò a questo.

Io ho cambiato città, ora ho un lavoro e una vita. Lei, probabilmente, sta continuando a rovinare le persone (perché sì, so di suoi ex che hanno subito le stesse cose) e a marcire nel suo veleno.

In questi anni ho seguito quel consiglio: sono in terapia, e oggi vivo una relazione che so di meritare con una persona che è il mio specchio. Sono passati 17 anni, non c’è stato alcun processo, ma se dovessero chiedermi se voglio incriminarla la risposta sarebbe “sì”.

Mi ha rovinato la vita, e ancora oggi il mio carattere subisce quel lungo periodo di violenze. Sono diventato insicuro, ho paura di affrontare le persone. Tranne la mia compagna, che da quando ci siamo conosciuti mi ha accettato e mi ha incoraggiato a non sentirmi mai in difetto. E no, con lei non mi ci sento.
Questa storia ha minato la mia autostima. Per questo, per dare un titolo a questa mia testimonianza, ho scelto il capolavoro di Claudio Caligari. L’amore tossico è come l’eroina: pensi che ti faccia stare bene ma ti uccide lentamente.
“Angelo Nero” è un brano di Umberto Palazzo e Il Santo Niente. Nel ritornello dice: “Angelo nero, comunque saprai fo**ermi”. Lei ha fatto proprio questo: al principio era un angelo protettivo e rassicurante, poi mi ha completamente fo*uto la vita.

Non ne sono fuori completamente, perché a lei devo il mio gigantesco problema a relazionarmi con me stesso e con il mondo.

A lei devo soltanto una cosa positiva: mi ha insegnato che generalizzare è sbagliato. Grazie a lei ho potuto confermare che la donna, la persona e l’amore sono un’altra cosa. Non di certo tutti quegli anni di inferno. Non di certo lei.

Lei è una fo**uta anomalia dell’esistenza.