Scrivo questa testimonianza dopo 17 anni, e di questa storia porto ancora i segni. Non fisici, quelli ci sono stati ma per fortuna si limitavano a qualche graffio, qualche livido e qualche escoriazione.
Prima ero un ragazzo risoluto. Timido e fragile, sì, ma non totalmente privo di coraggio né iniziative. Affrontavo le cose e le persone senza timori, con il buonsenso ma anche con uno spirito combattivo che mi consentiva di far valere le mie ragioni. Oggi non sono più così.
Ero una matricola fuori sede, dunque per la prima volta vivevo lontano da casa. In quell’anno conobbi lei, una di quelle cose improvvise in cui scopri di avere tutto in comune e ti ritrovi a vivere una vita simbiotica. Sempre insieme, una continua condivisione, concentri tutto su di lei e ti sembra che tutto sia bellissimo.
Io venivo da una famiglia di artigiani, lei da una famiglia benestante. Studentessa anche lei, quindi entrambi ci trovavamo in quel posto per perseguire un obbiettivo. Nel mio caso, la borsa di studio ottenuta in base all’ISEU implicava la maturazione di tot CFU entro il primo anno accademico, pena la restituzione.
Per cui, come molti di voi capiranno, non potevo permettermi troppe distrazioni.
Fatte queste premesse, il primo mese fu normale. Discostati i fumi dell’idillio delle prime settimane le cose si assestarono e il problema fu proprio quello, perché iniziarono i problemi. In primo luogo, lei non faceva che parlarmi dei suoi ex e spesso i discorsi degeneravano in pietosi paragoni. Non me ne accorgevo, ma dopo le mie prime manifestazioni di dissenso per quei discorsi le mie già poche sicurezze erano state minate.
Lei aveva la straordinaria capacità di riconoscere i miei punti deboli, e proprio su questi sparava i suoi proiettili di arroganza e violenza psicologica. In poche parole, dopo il primo mese si palesarono i suoi sbalzi d’umore e le sue pretese, e anziché riconoscere che qualcosa non andasse mi rinchiusi in uno stato di sudditanza tossica. Lei sbagliava, io le chiedevo scusa per averla fatta sbagliare, visto che accusava me dei suoi errori.
Ricordate la storia della borsa di studio? Bene, in pochi mesi quei soldi furono dilapidati. Con una forza di persuasione pazzesca e quasi demoniaca mi convinse che dovevo pagarle tutto, dalla pizza del sabato al pacchetto di sigarette ogni giorno. Se non lo facevo ero “come tutti gli altri”.
Molti di voi rideranno, perché “l’uomoh non si fa sottomettereh dalla donnah”, ma vi assicuro che succede più di quanto immaginiate e non è affatto divertente. Da lei ero sempre più sfruttato, ricattato e maltrattato, mentre con la mia famiglia – che amo alla follia – ero diventato violento e scontroso. Ad ogni loro telefonata non rispondevo, e se rispondevo li liquidavo in pochi secondi.
Arrivai a urlare addosso a mia madre senza motivo, cosa mai fatta se non per le normali rivendicazioni adolescenziali. No, non ero né sono mai stato un pikkolo anceloh mammoneh, ma lo switch fu tremendo: da rispettoso per la famiglia a nemico di una madre e di un padre che per me si sacrificavano tanto.
Ogni sera mi imponeva di fare after con lei per i locali, sempre a spese mie e sempre con i suoi amici, e io obbedivo perché mi bastava la sua (finta) stima. Davanti ai suoi amici spesso mi scherniva, e se chiedevo di smettere faceva peggio.
Arrivarono le botte.
Prima uno schiaffo, poi i graffi e i pugni, poi i calci. Anche mentre dormivo. Ero convinto che fosse colpa mia, quindi sapeva che mi avrebbe avuto sempre a disposizione. Continuavo a spendere soldi e perdere tempo, anziché studiare.
Arrivarono le corna, due volte. La perdonai, perché ovviamente era colpa mia. Sì, continuavo a stare con lei nonostante le botte e i tradimenti. Se da una parte mi stava uccidendo, dall’altra era la mia tossica e soffocante zona di comfort.
Mia madre si accorse dei segni, le dissi che avevo fatto a pizze in facoltà. Se ne accorse anche mio padre e probabilmente capì, perché mi disse: “Non farti trattare così”.
Mi accorsi di quanto fossi prigioniero una volta per strada, insieme a lei. Incontrai degli amici che non vedevo da tanti mesi e dai quali ero sparito proprio da quando iniziai a frequentarla. Mi accorsi che mi mancavano, che parlando con loro mi sentivo libero e dentro di me sentivo una forte voglia di chiedere aiuto. Lei mi tirava a sé, e io mi sentivo morire di frustrazione.
Quel mezzo secondo di libertà mi fece capire che era tutto sbagliato. Una sera in cui per puro caso mi trovavo da solo nella mia stanza mi ritrovai a scaraventare oggetti per aria, a gridare e imprecare contro di lei. Un coinquilino – che conosceva la mia storia – riuscì a fermarmi.
Era chiaro che dovevo chiudere quella storia. Quando le dissi che era finita arrivarono altre botte. Erano stati 7 mesi che sembravano 1000, e non era finita lì.
Lasciarla peggiorò soltanto le cose.
Leave a Reply